Esperienza con le api di Carla De Benedictis

Esperienza con le api

Carla De Benedictis

Durante gli anni della mia vita in campagna, ho aderito al progetto di un mio cliente che, appassionato del mondo delle api e convinto salutista ecologista, iniziava a maturare un’idea che voleva condividere con le persone che riteneva sensibili ai temi dell’ambientalismo e della salute. Così diversi anni fa iniziammo a sistemare una sola arnia nel mio terreno in campagna. (Continua a leggere).Per me era un mondo sconosciuto, e lasciavo a lui la gestione e il controllo della famiglia mia ospite, anche se, dal momento che era posta in un punto di passaggio, la osservavo più volte al giorno. Era il periodo dell’esplosione della varroa, il parassita delle api, e anche di altre malattie gravi, per cui si raccomandava di trattare preventivamente con antiparassitari tutte le famiglie.  La sfida del mio cliente, invece, era osservare se, con un sistema di apicoltura familiare ridotta a poche o singole famiglie, il mondo delle api fosse in grado di organizzarsi da solo e di combattere e limitare l’insorgenza delle malattie. Si evitarono dunque trattamenti preventivi e manipolazioni artificiali dell’alveare, riducendo a tre volte l’anno il numero di visite. L’esperienza di questi anni è stata sostanzialmente positiva.

Le api non si sono mai ammalate e non hanno ricevuto trattamenti preventivi. Non sono mai state fatte manipolazioni esterne sulle regine e mai sono state nutrite con zuccheri.  Anzi non sono stati messi neanche i fogli cerei e in questo modo le api hanno costruito le cellette da sole. Nel frattempo visitavo altri allevamenti di api che producevano miele biologico, partecipavo a giornate informative e iniziavo a trattare lentamente  un argomento molto lontano dalla mia pratica quotidiana.

Nella mia evoluzione professionale ho posto sempre di più l’attenzione al benessere animale. Mi sono occupata degli animali che vivono con noi e che ci producono una qualche forma di sostentamento, fino a racchiudere la mia e altre esperienze nel libro  “Con-vivere -  L’allevamento del futuro”.  Le riflessioni sono arrivate da sole, partendo proprio dalla mia esperienza negli allevamenti intensivi, da ciò che ho visto e che oggi rifiuto come pratica che considero insostenibile per l’ambiente e per gli animali.

Una delle cause di malattia, la più frequente negli animali da allevamento, è il sovraffollamento. Le api sono considerate come una unità, una famiglia, non come singoli individui, benché al suo interno ce ne siano migliaia.  Vengono di solito allevate in arnie poste una accanto all’altra e di colore diverso, e alcuni terreni ne contengono anche diverse decine in uno spazio ristretto.  Pensiamo a noi umani: soffriamo a vivere e a lavorare in luoghi affollati, a diretto contatto con una moltitudine di persone, a dover lottare per la sopravvivenza, a dover fronteggiare fenomeni di violenza, aggressività, predazione, iperstimolazione sensoriale, sopraffazione, impossibilità di vivere una vita secondo la propria natura, come può accadere in una grande città. Ebbene, anche gli animali allevati in modo intensivo subiscono tutto questo.  La loro vita è molto breve e pur tuttavia possono sviluppare malattie comportamentali gravi e scarso rendimento produttivo.  In situazioni di sovraffollamento gli animali non possono soddisfare i propri bisogno etologici e comportamentali e vivono una vita artificiale piena di paura, di stress e malattia.

Allora io mi sono chiesta: perché per le api dovrebbe essere diverso, se vengono allevate in modo intensivo? Perché sono insetti e non mammiferi?Consideriamo un apiario che comprenda dalle 10 alle 40 arnie tutte in fila e vicine le une alle altre, da cui si dipartono ogni giorno decine di migliaia di api, a stretto contatto tra di loro, che poi devono tornare nella casetta giusta, memorizzarla e non sbagliare assolutamente. Consideriamo inoltre che le api giovani hanno bisogno di spazio per fare i voli esplorativi.  Negli animali da branco esistono diverse aree da rispettare e una di queste è lo spazio con i branchi confinanti che si chiama home range, lo spazio in cui gli animali si muovono senza darsi fastidio. Questo metodo di tenere le arnie una attaccata all’altra non assomiglia al sovraffollamento di un allevamento di polli o di maiali?  Inoltre le api devono andare a bottinare (cercare cibo) tutte nello stesso territorio. È possibile che al confine di quella proprietà ci siano altri apiari e quindi il territorio si restringe, dato che l’ape non si spinge oltre i tre chilometri. A mio avviso, ed è solo una mia riflessione, questa vicinanza tra arnie è già fonte di stress.  Io ho provato a farlo notare a qualcuno, ma mi è sempre stato risposto che non è un problema per le api ed è molto conveniente per l’apicoltore avere tutte le arnie in fila per le procedure di lavoro.

Allo stesso modo anche nell’allevamento intensivo avere gli animali ristretti in poco spazio è conveniente. Sicuramente se su un territorio sono presenti moltissime api, il bottinamento è più limitato ed esse devono fare molta più fatica per portare a casa il cibo. Questo induce molto stress e nervosismo specialmente nelle stagioni in cui i fiori scarseggiano o in quelle dove c’è molta siccità, perché le api muoiono letteralmente di fame. Per quanto riguarda poi le api regine, esse vengono allevate artificialmente per il miglioramento della razza e di alcuni caratteri come la mansuetudine, l’attitudine all’ovodeposizione, la prontezza e l’orientamento al raggio di volo, la prontezza di pulizia. Inoltre vengono addirittura selezionate in base al ceppo che ha la ligula più lunga ( la proboscide più lunga fa prendere più cibo e dunque fa aumentare la produzione). Le api regine allevate vengono quindi sostituite alle regine presenti, immesse nell’arnia per migliorare le produzioni e anche inseminate artificialmente. Tutte queste manipolazioni artificiali subìte dalle api regine fanno parte a tutto tondo di un sistema di allevamento di tipo intensivo che mira alla maggiore produzione di miele.

Se facciamo un paragone con le vacche, nel corso degli anni esse sono state portate a produrre 60 litri di latte al giorno, ma le conseguenze sulla loro salute sono state disastrose, tanto che questa pratica è stata ridimensionata. E come per le vacche ad alta produzione si fa inseminazione artificiale per il miglioramento delle produzioni, allo stesso modo negli allevamenti suini si sceglie la scrofa che sia in grado di dare il maggior numero di nati e che abbia una buona attitudine alla maternità. Gli animali allevati in questo modo soffrono di tecnopatie, malattie indotte dal sistema di allevamento, che in natura o negli allevamenti estensivi non presentano. Dunque anche le malattie delle api possono essere classificate come tecnopatie.

Un'altra riflessione viene dal fatto che in luoghi dove sono presenti allevamenti intensivi di api e dove il territorio non dispone di fiori e piante sufficienti per tutti, si possono verificare due situazioni.  In un primo caso le api possono andare su fiori e piante che normalmente non fanno parte del loro approvvigionamento, e rischiano così di intossicarsi anche per i veleni in essi contenuti, come i fitofarmaci, e questo genera malattia e anche moria. 

Oppure si ricorre alla nutrizione artificiale e le api sono costrette a cibarsi di miscele di zuccheri di tipo industriale di scarsa qualità, molto lontani dal nettare e dal polline dei fiori. Cibarsi di un alimento lontano dalla propria fisiologia (vedi mucca pazza) o utilizzare un alimento, come i cereali, per pompare le produzioni di carne e di latte, porta ad una alterazione della flora microbica intestinale, all’indebolimento dei soggetti e alla malattia. E per contrastare le malattie bisogna utilizzare i farmaci con le conseguenze di antibiotico-resistenza e inquinamento ambientale. Ho visto manipolare molto le api anche nelle produzioni biologiche che perfino in questo campo non si sono rivelate un baluardo sul benessere animale.

Se si vuole dare un valido contributo al mondo delle api penso che l’agroecologia, e dunque l’allevamento estensivo nel rispetto dell’ambiente, degli animali e dell’uomo, sia la sola strada praticabile. Tenere nel proprio giardino, terreno o terrazzo (apicoltura urbana)  un’arnia, senza avere necessariamente fini produttivi, è sicuramente un gesto di alto contributo sociale, culturale, ecologico e contribuisce alla sopravvivenza di tutti.

 

Bibliografia

Barletta A., L'arnia sul balcone? Breve storia di UrBees e di un apicoltore urbano a Torino, Ed Montaonda, 2015

Contessi A., Le Api, Edagricole, 2016

De Benedictis C., Pisseri F., Venezia P., Con-vivere. L'allevamento del futuro. Comprendere la sensibilità degli animali, Ed Macro, 2015

Pistoia A., Apicoltura Tecnica e pratica, Edizioni L’informatore agrario, 2017

 

Sitografia

Bradbear Nicola https://www.apimondia.com/congresses/2011/Bee-Health/  EXTENSIVE BEEKEEPING IS HEALTHY BEEKEEPING - Apimondia